“Quando non ci sentiamo è come se una corda si tirasse sempre di più, appena ci sentiamo si allenta un pò, ma non so spiegartelo”.

Per una volta invece ha spiegato la situazione con le mie parole, esattamente come l’avrei spiegata io.

A ripensarci, ne ho perse altre di persone nella vita. Persone che probabilmente sarebbero dovute essere più importanti, ed invece non ho saputo valorizzare quando era il caso di farlo.

Chià, chissà che fine ha fatto Chià. Le corse in corridoio, lei che piangendo in bagno sentiva i miei passi mentre correvo per andare a vedere cosa fosse successo, Brighton ed il 7, i primi giri in macchina, via Leonardo Da Vinci tutta in controsenso, il quadro della sua cucina secondo la mia personale interpretazione. I nostri quaderni, quel giorno a Praga a braccetto con l’Ipod per combattere il dolore che camminava qualche metro accanto a noi, come se nulla fosse. Le infinite telefonate per gli esami, il pranzo al Foro Italico quel mercoledì, l’ultima telefonata per sbaglio, in cui comunque mi ha raccontato di sè, come se non avesse deciso di sparire qualche mese prima.

E’ sempre una storia di abbandoni, in ogni caso. Forse è una questione genetica: ci sono persone predisposte per vivere tra un abbandono e l’altro e persone destinate ad avere qualcuno accanto.

Non conosco il mio gruppo sanguigno, ma so a quale “gruppo” appartengo.